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    <title>OAR@UM Collection:</title>
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    <title>Il cinema di Pasolini e la tragedia Greca : la forza latente dell'irrazionale</title>
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    <description>Title: Il cinema di Pasolini e la tragedia Greca : la forza latente dell'irrazionale
Abstract: L’incisività dei due versi in epigrafe può essere accolta come cifra interpretativa delle &#xD;
caratteristiche più intrinseche dell’intera produzione poetica e cinematografica di Pier Paolo &#xD;
Pasolini, una delle figure più controverse e versatili della cultura italiana del Novecento.&#xD;
Sebbene ideologicamente influenzato dal marxismo, nonché politicamente vicino – e per un &#xD;
periodo anche iscritto – al Partito Comunista, Pasolini ha sempre “espresso un sicuro &#xD;
scetticismo nei confronti del ‘posizionismo’, ossia della necessità di vincolare un intervento &#xD;
critico a una posizione intellettuale e politica precisa”.&#xD;
Paradigmatica in tal senso è la scena dell’intervista de La ricotta (1963), in cui il regista (Orson &#xD;
Welles, doppiato da Giorgio Bassani) – alter ego di Pasolini – rispondendo alle domande di un &#xD;
borioso giornalista borghese (Vittorio La Paglia), recita la poesia pasoliniana 10 giugno a&#xD;
partire dal verso “Io sono una Forza del Passato”. Con tale scelta Pasolini, ribadendo la sua &#xD;
personale idiosincrasia verso il capitalismo, pone al centro della sua opera la dialettica irrisolta &#xD;
tra la fedeltà a un patrimonio culturale arcaico e l’imposizione di un modello di modernità, &#xD;
percepita come alienante e distruttiva.&#xD;
Fin dagli esordi, le pellicole pasoliniane sono state sempre imperniate sulla valorizzazione delle &#xD;
classi emarginate, la cui istintiva autenticità, in opposizione all’aridità morale della borghesia, &#xD;
offriva agli occhi del regista un terreno fertile per riportare in auge la consapevolezza della &#xD;
sacralità nella società moderna. L’umanità delle borgate e dei Paesi extra-occidentali, &#xD;
particolarmente cara a Pasolini, si colloca in una dimensione primigenia, non contaminata dalla &#xD;
logica di una società che si crede razionale, perfettamente organizzata, ma che in realtà è ormai &#xD;
assuefatta al consumismo capitalistico.&#xD;
Il presente lavoro si concentra sulla seconda fase del cinema pasoliniano, ovvero del cosiddetto &#xD;
‘cinema di poesia’ (Edipo re, 1967; Teorema, 1968; Porcile, 1969; Medea, 1969) , visto come &#xD;
dispositivo espressivo capace di accogliere le dimensioni pre-logiche, mitiche e irrazionali. &#xD;
Scopo primario è di mettere in luce il ruolo determinante che la tragedia greca ha avuto &#xD;
nell’elaborazione della visione pasoliniana del sacro, associato dall’autore a un mondo arcaico &#xD;
e astorico.                                                                                                                                                                                L’analisi muove dall’identificazione dei primi contatti di Pasolini con il mito greco e con &#xD;
l’irrazionale, inteso come substrato pronto ad emergere in circostanze dirompenti che si &#xD;
collocano all’interno di uno schematismo rigido e socialmente accettato. Nello specifico, sono&#xD;
esaminate alcune poesie pasoliniane che, assieme alle traduzioni dell’Orestea (458 a. C) di &#xD;
Eschilo e dell’Antigone (442 a. C.) di Sofocle, presentano in nuce le caratteristiche del &#xD;
classicismo antitradizionalista di Pasolini. A questa prima fase appartiene anche Il giovine della &#xD;
primavera (1940-1941), un soggetto cinematografico che dimostra come la scelta dei mezzi &#xD;
espressivi si coniughi con lo sviluppo di una ricerca interiore ed artistica insieme.&#xD;
Lo studio si sofferma poi sulla riscoperta della solennità del mito, percepito nell’antichità come &#xD;
custode delle origini dell’universo. Grazie al racconto mitico, le imprese di divinità ed eroi &#xD;
diventano patrimonio della memoria collettiva, rafforzando le radici culturali e alimentando il &#xD;
senso di appartenenza a una comunità. In tale accezione, il mythos si configura come verità &#xD;
primordiale resistente alla caducità dell’esistenza terrena.&#xD;
L’opera pasoliniana recupera l’autorevolezza della parola mitica, con lo scopo di immortalare&#xD;
tradizioni del passato che rischiano di essere rimosse dalla società moderna. Ed è questa &#xD;
missione poetica che induce Pasolini a creare il connubio tra linguaggio lirico e &#xD;
cinematografico, in cui la parola orale si fa presenza fisica, restituendo alla percezione visiva &#xD;
la funzione originaria del conoscere.&#xD;
Nel cinema pasoliniano riaffiora appunto il valore intrinseco di oida, che in greco antico si &#xD;
traduce con “io so, poiché ho visto”. Il verbo, infatti, nella forma del perfetto – ossia di un &#xD;
tempo che mostra nel presente l’effetto di un’azione avvenuta nel passato – allude a una &#xD;
conoscenza maturata da una visione retrospettiva.&#xD;
Al pari della rappresentazione teatrale, l’immagine cinematografica acquista allora una valenza &#xD;
primaria, in quanto consente una comprensione più profonda della realtà e una fissazione eterna &#xD;
nel tempo. “Ogni sforzo ricostruttore della memoria è […], in modo primordiale, una sequenza &#xD;
cinematografica”, afferma Pasolini in Empirismo eretico (1972). Tale principio trova &#xD;
conferma in Edipo re (1967) – oggetto di studio del primo capitolo di questo lavoro – dove &#xD;
l’esperienza personale di Pasolini e quella del sottoproletariato, immerse nel mito, testimoniano &#xD;
la permanenza di un’atavica religiosità nel mondo moderno. Nell’orientare il proprio sguardo &#xD;
verso un passato mitico, Pasolini si pone in linea con i tragediografi greci, che reinterpretavano &#xD;
il mito per ‘raccontare’ il presente in forma poetica e drammatica, riflettendo su problematiche                                     esistenziali (quali il dissidio tra civiltà contrastanti e l’analisi introspettiva dell’essere umano)&#xD;
e sul rapporto tra l’umanità e il divino.
Description: Ph.D.(Melit.)</description>
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